3 de agosto de 2017

Il Corriere Nazionale -Internazionale, Puglia y Lucania Publica historia de vida de la art. visual Ida De Vincenzo


El Periodico Il Corriere Nazionale  publica historia de la art. visual Ida De Vincenzo


di Ida de Vincenzo
BUENOS AIRES – Ho tanti ricordi della mia infanzia e, anche se qualche immagine si é cancellata col passare del tempo, altre sono rimaste profondamente incise nella mia anima. Le voglio trasmettere affinché non siano dimenticate. Sono piccole storie, cose quotidiane, ma non per questo meno importanti, sono le cose che ci aiutano a comprendere la vita ed il carattere di una famiglia. Ogni storia ha una grande valore, molte sono simili ma nessuna uguale.
Potrei dire tante cose di mio padre, fu un uomo semplice e sensibile. Gli piaceva la natura, stare all’aperto e soprattutto la terra. La lavorava non tanto per necessitá ma per l’amore che lo legava ad essa. Per lui ogni seme aveva valore. Lo curava con tanto amore e dedizione. Per contribuire all’economia familiare, coltivava dall’umile lattuga alle piante piú preziose. Allevava conigli e maialini d’India e noi ragazzi ci affezionavamo tanto a questi animaletti che non volevamo piú mangiarli. Quindi mio padre smise di allevarli. Chissá se mio padre si privó di mangiare ció che gli piaceva per non vedere le nostre lacrime?
Ha sofferto tanto le conseguenze della guerra, evitava l’argomento dicendo che erano cose tristi. Diceva sempre “meglio dimenticare”. Tuttavia il suo atteggiamento cambiava quando gli chiedevano della sua ferita di guerra. Era stato ferito in combattimento, al gomito. Io mi sentivo orgogliosa di avere un papá veterano di guerra. Ma allo stesso tempo non riuscivo a capire come avesse potuto sparare a un altro uomo.
Un giorno, vincendo la mia timidezza, e senza misurare le parole gli chiesi come avesse potuto fare una cosa del genere. Mi guardó e vidi nei suoi occhi una grande rassegnazione.
Allora con grande convinzione e parole semplici mi rispose: “se non gli avessi sparato io, mi avrebbe sparato lui”. In quel momento mi resi conto che non c’era stata alternativa. Ancora oggi lo ricordo e mi commuovo davanti a questa veritá cosí fredda ed assoluta.
Appena arrivati in Argentina, inizió a lavorare, ma un incidente lo immobilizzò per quasi un anno.
Una volta rimesso, ottenne un lavoro al comune come operaio. Lavorava nella manutenzione delle strade. E, quando lo prendevano in giro, rispondeva sempre: “voi non sapete che cosa significhi lavorare all’aperto: in inverno il freddo ti congela le ossa e d’estate il catrame caldo sotto il sole inclemente ti brucia finanche l’anima”.
Avevamo anche un alimentari, che ci aiutó tanto economicamene. La nostra clientela era molto varia e talvolta era difficile comunicare, spesso ci intendevamo a segni. Succedevano anche cose curiose, ricordo una conversazione tra mia madre e una signora paraguaiana che lavora lí vicino. Mia madre parlava di una cosa e la signora rispondeva un’altra, ma entrambe continuavano questa conversazione come seguendo un filo immaginario. Io, nella mia innocenza, lo feci notare a mia mamma, ma lei mi rispose: “sta’ tranquilla, non ti preoccupare”.
Avevamo a casa un cortile pieno di casse e bottiglie. Mio padre alle volte si sedeva su una di quelle casse e si metteva a scrivere alla famiglia in Italia e raccontava quanto era bello vivere qui.
In certi momenti nei suoi occhi traspariva una grande tristezza, gli tornavano ricordi lontani: i suoi monti, i costumi secolari, le leggende; era abituato alle difficoltá della vita e si difendeva dall’irremediabile idealizzandolo. Quando gli mancavano poche righe alle fine della lettera, mi chiamava: “vieni, vieni”, voleva che scrivessi anch’io qualcosa alle zie, ma all’epoca io ero troppo piccola e non sapevo scrivere, allora lui con tanta pazienza disegnava le lettere su un foglio a parte e io le copiavo. Erano sempre le stesse parole, “care zie”: quando finivo di scrivere, il suo volto si illuminava con un grande sorriso, era un momento magico, avvertivo che oltre l’oceano c’erano persone che ci volevano bene.
Le lettere tardavano tanto ad arrivare, il giorno che ricevette la notizia della morte di sua sorella, dopo averla letta non riuscí a parlare. I suoi occhi si sciolsero in un pianto sommesso ma profondo. In quel momento ebbe la certezza che non sarebbe mai piú ritornato a rivedere i suoi monti e a riabbracciare le persona amate. Per tante settimane la casa si vestí di lutto stretto.
Nel quartiere, quando arrivó la linea 47 del pullman, ci fu una rivoluzione. Facevano tanto rumore che alle volte non si poteva dormire, mio padre diceva che lo facevano di proposito e molte notti dovette alzarsi e andare a protestare e ricordare che anche lui lavorava e che si alzava alle 4.30 del mattino. Ciononostante, spesso portava loro bevande fresche d’estate e calde d’inverno. Quando si ammaló tutti venivano a trovarlo, non fu mai solo. Fu un uomo molto rispettato; il suo carattere aveva la semplicitá di chi vive la realtá, consapevole che non si puó cambiare. Il giorno della sua morte un corteo lunghissimo lo accompagnó nel suo ultimo viaggio.
Sono una donna la cui storia si assomiglia a quella di tante donne immigranti calabresi. Nata a Cropalati, in Calabria, Italia, in un paesino di montagna, proprio da favola, da dove si possono osservare bellissimi paesaggi. Sono nata nel dopoguerra ed essendo mio padre reduce di guerra ne soffrivamo le conseguenze, il che ci ha costretto ad emigrare quando io avevo due anni. Sebbene gli anni passassero, dai miei genitori gli argomenti di conversazione erano sempre gli stessi: la terra lontana, la nostalgia, la famiglia e tutto ciò che riguardava la famiglia calabrese.
Questi sono i motivi per cui la cultura e la lingua italiana hanno acquistato fondamentale importanza nella mia vita.
Sono sempre stata in contatto diretto con le mie radici. Dopo 50 anni ci sono ritornata, ho potuto conoscere e ricevere l’affetto della mia famiglia lontana. Sono rimasta commossa dallo splendore dei paesaggi di un mondo che adesso sento veramente mio. È la mia seconda casa, come mi piace chiamarla.
Finalmente sono riuscita ad allacciare nel mio cuore l’Italia e l’Argentina.
Ida de Vincenzo
* Associazione Calabrese di Bs.As., nominata ambasciatrice della cultura di Cropalati e della cultura calabrese nel mondo, Mujer Calabresa 2014 


http://www.corrierepl.it/2015/09/21/ricordi-argentina/